Tre enigmi archeologici nelle Marche

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Le Marche regione affascinante e ricca di testimonianze del passato, ecco tre misteri o enigmi archeologici ancora da sciogliere completamente.

Abbracciata dagli appennini e cullata dal mar Adriatico, la regione Marche è una terra incantata, segreta, costituita da luoghi magici, con misteri ed enigmi da decifrare. Un territorio segreto impregnato di storia, di arte e di cultura che si mescolano alla tradizione, a usanze antichissime che si perdono nella memoria. Colline ininterrotte che si infrangono nel mare o negli alti monti fanno da teatro a casolari silenti e solitari, antiche città magnetiche ed enigmatiche, castelli e fortezze poderose, chiese e santuari maestosi e austeri dove regna il fascino del mistero, del non detto, del non spiegato e non spiegabile, luoghi dall’atmosfera magica, località che lasciano senza fiato per la loro bellezza e dove sono successe cose inspiegabili, indecifrabili e criptiche.

Le sculture rupestri del Conero rappresentano uno degli enigmi più difficili da decifrare. Nel bel mezzo della macchia mediterranea del Monte Conero – costituito da imponenti falesie calcaree a strapiombo sul mare – in mezzo al bosco si trova una lastra di pietra solcata, incisa dalla mano dell’uomo in un’epoca remota e imprecisata. Da studi recenti sembra che queste incisioni risalgano ad un periodo che va dal 10mila al 7mila a. C. e sembrerebbero essere le più antiche raffigurazioni preistoriche delle Marche. Queste “scritte”, costituite da canaletti rettilinei e circolari e altri segni indecifrabili, probabilmente parte di un’incisione più ampia, rappresentano ancora un enigma, un mistero sul quale in molti si sono misurati. Una delle ipotesi è che queste canalette e vasche avessero come scopo la raccolta dell’acqua piovana, oppure servissero per infilarci pali per sostenere delle capanne o che fossero una sorta di mappa geografica. Verosimilmente, grazie alle scoperte di altre sculture rupestri di questo tipo in altre zone del mondo, queste incisioni fanno parte di antichissimi riti in un area che ipoteticamente poteva essere luogo di sacrifici.

Un secondo luogo permeato dall’enigma è la Chiesa di Santa Croce a Sassoferrato, in provincia di Ancona. Una chiesa templare nascosta costruita su una croce e dedicata al dio Mitra. Voluta dai signori di Sassoferrato nel XII sec. per ospitare i monaci camaldolesi ebbe nel tempo notevole sviluppo riuscendo a controllare una cinquantina di chiese dipendenti da essa. Inspiegabilmente questa chiesa è stata inglobata da un altro edificio che ne nasconde completamente le fattezze, non è stata modificata nel tempo ma è stata inglobata da un’altra struttura esterna, ma le motivazioni restano ancora oggi un mistero. Ad aumentare l’atmosfera magica ed enigmatica alcuni elementi simbolici inesorabilmente legati ai templari: innanzitutto la pianta quadrata a croce come a voler riprendere il simbolo dei cavalieri, le diverse croci templari sulle pareti e il fatto di essere stata costruita sull’antica città di Sentinum, sacra al dio Mitra – di cui c’è la rappresentazione in una parete esterna della chiesa inglobata. Inoltre nel tempo è stata misteriosamente visitata da diversi personaggi legati alla massoneria e all’esoterismo, dagli Imperatori tedeschi, a Napoleone allo stesso Mussolini. I segreti che ancora oggi custodisce non fanno altro che alimentare l’interesse dei visitatori che rimangono affascinati oltre che dalla storia misteriosa che aleggia su questa chiesa anche dalla bellezza delle sculture – stupendi capitelli romanici nei quali è possibile trovare una rara rappresentazione di Gesù crocifisso in piedi con quattro chiodi, una sirena a due code, diversi cavalieri templari, dei mostri mitologici -, affreschi rappresentanti la vita di San Tommaso Apostolo o quello che raffigura Santa Caterina con la ruota del martirio che contrastano con la predominanza del bianco e nero delle pietre, tipici della dualità massonica.

 

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Interno della Chiesa di Santa Croce a Sassoferrato (AN)

Ritrovato nelle necropoli monumentali orientalizzanti della comunità picena stanziata a Matelica tra l’VIII e il IV secolo a.C., per la precisione nella tomba di Passo Gabella 1, un uovo di struzzo molto misterioso. Un oinochoe, una brocca per versare il vino, costituita da un uovo di struzzo, che compone il corpo centrale del vaso, e da bocchello in fine avorio intarsiato, configurato a testa femminile con braccia ripiegate e mani che stringono le trecce, su cui si attaccava l’ansa. Benché sia stata attestata la pratica di acquisire beni di lusso esotici, realizzati con materie prime non autoctone, come avorio e ambra, per certificare l’alto rango e prestigio delle potenti aristocrazie che usavano sfoggiare tali oggetti come status di ricchezza e importanza, quest’uovo ha incuriosito molti studiosi. Il mistero sulla sua provenienza e sulla sua reale utilità inoltre aumentano se collegati agli altri oggetti trovati nella tomba, una sepoltura femminile, che contiene moltissimi oggetti legati al banchetto-sacrificio. Grandi contenitori di derrate alimentari che testimoniano il potere economico della defunta, moltissimi oggetti atti a contenere liquidi, vasi di ogni forma e grandezza, dipinti, ornati e finemente decorati e un completo strumentario per il taglio e la cottura delle carni attribuito al rituale del sacrificio, rendono ancora più enigmatico questo particolarissimo oggetto unico nel suo genere e sicuramente inusuale per queste terre.