La Sibilla delle Marche tra verità e leggenda

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Nelle Marche la Sibilla Appenninica, tra mito e realtà, la fata che ispirò romanzi e favole popolari.

Ci sono luoghi magici, luoghi dove la storia e la leggenda si sono intrecciate nella notte dei tempi, luoghi mitici e inspiegabili, luoghi dove ancora oggi, stando in silenzio, si respira una strana atmosfera, misteriosa e accattivante, avvolgente e intrigante. Nelle Marche Sibilla è un nome che risuona spesso, aleggia sui paesaggi, sulle colline, propagandosi fino al mare, una creatura affascinante e paurosa allo stesso tempo che si sarebbe nascosta proprio tra le lussureggianti montagne che avrebbero poi preso il nome di Monti Sibillini.

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Grotta della Sibilla

In una zona appartenente alla provincia di Ascoli Piceno, tra i territori di Montemonaco, Montefortino, Montegallo e Arquata del Tronto, a 2150 metri d’altezza sul livello del mare, nei pressi della vetta del Monte Sibilla si troverebbe un vero e proprio antro nascosto, una grotta, la Grotta della Sibilla chiamata anche Grotta delle fate. Questo luogo nascosto e misterioso non sarebbe altro che un punto d’accesso al regno sotterraneo della regina Sibilla.

Si tratta di leggende antichissime legate al culto della Sibilla Appenninica – o picena – che pur non rientrando tra le Sibille di epoca romana apparirebbe già all’inizio dell’epoca imperiale con un primo riferimento storico riconducibile ad un culto pagano sugli appennini rintracciabile nella “Storia dei Cesari” di Svetonio.

Ad alimentare cospicuamente l’alone di mistero sulla Sibilla e sulla sua grotta un romanzo cavalleresco, “Il Guerrin Meschino” di Andrea da Barberino. Ambientato nell’anno 824, narra le vicende di un cavaliere errante che si recò sui monti Sibillini e si rivolse alla Sibilla per conoscere l’identità dei suoi genitori. Per un anno intero il coraggioso cavaliere soggiornò nella grotta e resistette alle tentazioni della Sibilla che lo invitava a peccare e a rinnegare Dio. Quest’interpretazione infernale e demoniaca di una Sibilla tentatrice a malvagia venne di molto incupita nelle versioni successive del romanzo pubblicate nel periodo dell’Inquisizione.

La fama della Sibilla, tra storia, letteratura e leggenda, fu tale che Agnese di Borgogna inviò Antoine de La Sale, scrittore francese satirico vissuto tra il 1300 e il 1400, a cercare la grotta nel 1420. Dal viaggio nel territorio marchigiano nacque “Il Paradiso della Regina Sibilla” un diario di viaggio nel quale sono anche riportati disegni e descrizioni molto particolareggiate della grotta.

Sulla scia della leggenda intessuta e divulgata dal Barberino e dal La Sale nacque in Germania, già sul finire del ‘300, la leggenda del valoroso cavaliere Tannhauser che si reca sul Monte Sibilla chiamato Monte di Venere (Venusberg) e dopo essere stato ammaliato per un anno da “frau Venus” si reca da Papa Urbano IV per avere l’assoluzione dei peccati. Non ottenendo l’assoluzione tornerà tra le braccia della tanto amata Venere; un finale molto diverso da quello del Guerrin Meschino con una variante romantica ed erotica che ispirerà Wagner per il suo Tannhauser, opera in tre atti andata in scena per la prima volta a Dresda nel 1845 dove i temi chiave sono l’opposizione tra amore sacro e profano e la redenzione attraverso l’amore.

A dispetto delle storie scritte, secondo la tradizione locale la Sibilla è una fata buona, maga bella e ammaliatrice, veggente e incantatrice ma mai perfida o demoniaca. È circondata da ancelle che scendono a valle per insegnare a filare o a tessere alle fanciulle del posto. Leggende che si intrecciano e si modificano via via che vengono raccontate e passano da padre in figlio, storie affascinati e spaventose allo stesso tempo: sempre secondo la tradizione locale infatti fu la Sibilla a causare un terremoto nel territorio di Colfiorito, che distrusse il sito riducendolo ad un mucchio di pietre, questo successe perché le fate rimasero a ballare nel borgo oltre l’orario consentito per il rientro nella grotta. Pretare, frazione di Arquata del Tronto è conosciuto per la leggenda della strada delle fate: la leggenda vuole che le fate che abitavano nella grotta della Sibilla si siano fermate a ballare con i giovani del paese troppo a lungo e che per non essere sorprese all’alba scapparono con tanta velocità da lasciare le loro impronte sulla montagna – il monte Vettore –  creando così una strada. A ricordare questa leggenda nel giorno della Festa di San Rocco alcune giovani, vestite da fate, raggiungono la piazza e danno inizio alle danze.