I 6 EREMI DA VISITARE NELLE MARCHE

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Le Marche come terra ideale per eremiti ed eremitaggio nella storia: ecco i 6 eremi assolutamente da scoprire e visitare.

Gli eremiti o anacoreti sono degli individui che sentono il bisogno spirituale di isolarsi, di escludersi volontariamente dalla società per condurre una vita pure in preghiera e ascesi. I luoghi che li ospitano quindi, i così detti eremi, sono per definizione di difficile accesso, isolati, impervi poiché non devono essere frequentati e non devono essere, per così dire, a disposizione di chiunque, sono luoghi quasi sacri in cui l’asceta si rifugia per vivere la sua religione in solitudine. 
 
Agli inizi del Cristianesimo, nel III – IV sec. l’eremo poteva essere un semplice rifugio nel deserto o una grotta di fortuna dove trovare riparo, per alcuni eremiti l’eremo era costituito da una colonna inaccessibile, molto alta, vicini al cielo e quindi a Dio ma lontani dagli altri uomini, gli eremiti stiliti avevano l’impressione di pregare davvero in maniera completa e pura. L’eremo nel tempo ha preso la forma di struttura muraria, solitamente appoggiata a pareti rocciose, via via gli edifici si sono evoluti andando a perdere quell’idea di estrema solitudine e lontananza dagli altri esseri umani poiché si sono costruiti eremi a più piani, arricchiti da esterni decorati e lavorati e suddivisi in celle per ospitare i singoli eremiti. 
 
Nelle Marche, luogo da sempre molto attento alla devozione e ai luoghi di culto, si trovano diversi eremi molto interessanti dal punto di vista storico, religioso ed architettonico. Uno dei più affascinanti è l’eremo di San Marco, a sud delle città di Ascoli Piceno. Visibile dalla splendida piazza del Popolo, l’edificio, dedicato a San Marco evangelista, spunta dalla roccia vegliando da molti secoli la valle del Tronto. La sua fondazione viene fatta risalire agli inizi del XIII sec. Quando vi si stabilì una comunità di monaci cistercensi. L’eremo – in blocchi di travertino secondo i canoni dello stile romanico – divenne presto un importante centro devozionale e luogo di pellegrinaggio tanto che nel 1289 papa Nicolò III emanò una bolla papale con cui si decretava l’indulgenza plenaria a chi vi si recava nel giorno di san Marco. Diventato troppo potente, ricco ed influente sulla politica locale, il monastero venne soppresso e affidato alla famiglia Sgariglia che nel 140 trasformarono il cenobio in una piccola chiesa elevando anche una torre campanaria mentre la famiglia Tibaldeschi, imparentata con questi, vi fece erigere delle tombe per la sepoltura dei propri cari. Abbandonato dopo la costruzione della chiesa di san Bartolomeo, venne iniziata l’opera di conservazione e restauro nel 1908. 
 
Noto per essere stato nel Medioevo sede del Primo Capitolo che portò alla costituzione dell’ordine dei Frati cappuccini è l’eremo di Santa Maria dell’acquarella a Cerreto d’Esi. Conosciuto come eremo dell’acquarella e Romitella, questo piccolo complesso si trova nei pressi di Albacina, alle pendici del Monte San Vicino, nel Fabrianese ed è costituito da una chiesetta dedicata alla Vergine costruita nel 1441, due locali attigui e una torre a due piani. Luogo devozionale tutt’ora molto importante conobbe il suo momento di splendore nel 1528 quando papa Clemente VII approvò l’Ordine dei Cappuccini che l’anno successivo celebrò proprio all’Acquarella il Primo Capitolo Generale.  Tutt’oggi, il 3 maggio, festa della Santa Croce, gli abitanti di Albacina uniti as una rappresentanza dei frati cappuccini si recano in pellegrinaggio in questo suggestivo luogo nascosto in una stretta valle tra i monti San Vicino e Cipollara. 
Eremo di Santa Maria di Val di Sasso nel fabrianese

L’eremo della Romita o Valleremita  – chiamato anche di Santa Maria di Val di Sasso si trova nel fabrianese, in una vallata tra il monte Rogedano e il Puro, è noto per aver ospitato, per ben due volte San Francesco nel 1209, insieme al Beato Egidio, e nel 1215. Complesso nato tra il VII e XII sec. come castello di Val Saxa, a difesa della attuale Valdisasso, venne poi trasformato in un monastero abitato da monache benedettine, il primo cenobio femminile secondo la tradizione fondato sul territorio. Venerato come luogo santo francescano, nel ‘400 l’eremo fu acquistato dal nobile Chiavello Chiavelli che lo donò ai frati minori francescani con la richiesta che divenisse sede della sua sepoltura unitamente alla consorte. Si pensa che fu in questo frangente che il signore fabrianese commissionò a Gentile da Fabriano il Polittico della Romita che rappresenta  l’incoronazione della Vergine con i santi S. Girolamo, S. Francesco, S. Domenico e S. Maria Maddalena. L’opera che doveva impreziosire il luogo, venne nel 1811, durante le spoliazioni napoleoniche, trasferita nella Pinacoteca di Brera a Milano, nella piccola chiesa dell’eremo resta oggi una copia posta sopra l’altare. Nucleo fondamentale del complesso francescano, la chiesa in stile duecentesco ma ricostruita nel XV sec. a forma rettangolare mostra ancora l’originale assetto castellare, mentre il resto dello stabile è in linea con lo stile architettonico del ‘400. Nonostante l’aspetto umile e disadorno dovuto purtroppo al lungo periodo d’abbandono, al monastero che ospitò San Francesco resta innegabile fascino dovuto anche alla sua posizione, affacciato com’è su di una cupa e angusta valletta. 
 
Nel fabrianese, sulla cima del Monte Fano, si trova l’eremo di San Silvestro, fondato nel 1231 da San Silvestro Guzzolini che qui si rifugiò come eremita e che scelse come sede del nuovo ordine da lui fondato denominato congregazione Silvestrina. Silvestro, la cui vita per molti versi assomiglia a quella di San Francesco, scelse questo luogo, vicino alla sorgente di Fonte Vebrici, dopo aver abbracciato la regola benedettina ed essersi rifugiato in una grotta non lontana dalle Grotte di Frasassi, diventata poi troppo angusta per la presenza dei discepoli che lo seguirono. Radicalmente cambiato oggi domina sul territorio dalla cima del monte con una struttura imponente che deve il suo primo intervento di ampliamento nel 400 e la sua forma attuale agli interventi del XVII e XVIII sec. Ad oggi il complesso ospita una comunità monastica molto attiva anche dal punto di vista culturale con un efficiente laboratorio di restauro di libri antichi e l’archivio storico della congregazione Silvestrina. 
 
Sulla sommità più elevata delle colline che circondano Fano si trova l’eremo di Monte Giove che sovrasta la valle del Metauro fino alla catena appenninica dominata dal monte Catria. I lavori di costruzione del convento che doveva ospitare i monaci camaldolesi dell’ordine benedettino iniziarono nel 1609 e terminarono nel 1627. dopo un periodo di splendore, tanto da essere visitato dalla regina di Svezia nel 1657, la chiesa a causa di pericolosi cedimenti del terreno, venne ricostruita in una posizione più arretrata nel 1741. Oggi, a pianta ottagonale e facciata tripartita, la chiesa è dedicata a San Salvatore e conserva alcune tele interessanti mentre alcuni dipinti che si trovavano nell’eremo sono custoditi nella Pinacoteca civica di Fano. Oltre dalla presenza della chiesa, l’eremo, scelto spesso per la sua silenziosità come luogo ideale per ritiri spirituali, è caratterizzato da alcune casette per i monaci con relativi orti e da una foresteria. 
 
Nell’incantevole cornice dei Monti Sibillini, nel territorio del piccolo borgo di Montefortino, sorge l’eremo di San Leonardo al Volubrio, meta di pellegrinaggi ed escursioni nonché famoso perché ristrutturato, a partire dagli anni ’70, da un solo eremita. Padre Pietro Lavini, frate cappuccino dei francescani minori, originario di Potenza Picena, scelse questo suggestivo e impervio luogo come rifugio e vi lavorò costantemente fino alla sua morte, avvenuta nell’agosto del 2015. L’eremo così come appare oggi, sorge sui resti di un antico monastero benedettino costruito nel 1066 come centro di fede, luogo di sosta e preghiera durante il medioevo. Tra le Gole dell’Infernaccio, il fiume Tenna, il monte Priora e il monte Sibilla, dopo un lungo cammino tra oscuri e stretti sentieri, i viaggiatori trovavano una piccola oasi di pace e serenità dove riposarsi e rimettersi in forza prima di riprendere il cammino per attraversare gli appennini. Infatti, i viandanti, prima di proseguire verso la valle di Castelsantangelo sul Nera, attraverso il Passo Cattivo trovavano, e vi è tutt’oggi, una cascata nascosta grazie alla quale rinfrescarsi e dissetarsi, ciò che fanno turisti e pellegrini che si recano in questo piccolo angolo di paradiso curato con il sacrificio, la dedizione e l’ostinato impegno di Padre Lavini, il muratore di Dio.